Sfrutto questa dilogia per inaugurare una nuova rubrica dal titolo Un libro è poco, tre sono troppi dedicata, per l’appunto, a tutte le “saghe” composte da soli due volumi, con magari qualche breve novella collegata.

Del primo parlai quando uscì (su altri “lidi” e spoilerai), questo articolo invece è un commento ad entrambi senza spoiler (mi terrò sugli aspetti generali senza scendere nel dettaglio). A distanza di due anni (in realtà la loro pubblicazione è avvenuta a distanza di uno, ma solo adesso ho letto) alcune perplessità sono rimaste inalterate, ma anche il parere complessivo non ha subito variazioni: nonostante alcune pecche (analizzate sotto), risulta una lettura leggera e piacevole.

birthdate

Avevo recensito il primo su un’altra sede e nel complesso mi era piaciuto; concluso il secondo posso esprimere un parere su entrambi. Non ci saranno spoiler, giusto un commento generale alla storia, la cui trama in breve è che la data della propria morte è conosciuta da ognuno e per tutti è sempre stata giusta. Da qui, è lampante il grande colpo di scena del primo libro che racconta il giorno di morte del protagonista.

Prima della recensione vera e propria, apro una parentesi sul titolo: sebbene sia in inglese, non è quello originale. In favore della DeA, ammetto di trovare Deathdate e Birthdate più accattivanti di Denton Little’s Deathdate e Denton Little Still not Dead (spoiler, duh!), se li avessero tradotti letteralmente è probabile che il libro non avrebbe catturato la mia attenzione, ma mi chiedo, nel momento in cui si “traduce” perché non usare l’italiano? Suppongo che resterò per sempre senza risposta, quindi chiudiamo parentesi.

La trama (specialmente del primo) scorre logica e lineare, come dicevo poc’anzi, la Rivelazione è intuibile dalla quarta di copertina; il secondo presenta un po’ di azione in più, ma i colpi di scena restano intuibili. Tuttavia, l’autore tiene alta la tensione: anche se la sorte di Denton è nota, resta un’incognita quella degli altri. In questo genere di libri — in cui ci sono netti introduzione-sviluppo-conclusione — diventa quindi essenziale la caratterizzazione dei personaggi, Lace Rubin centra il bersaglio creando un protagonista simpatico e sveglio. Denton non annoia, è divertente leggerne pensieri e peripezie, ma non manca di difetti, anzi… Ci sono stati tratti del suo carattere che non ho sopportato e volte in cui gli avrei tirato volentieri qualcosa in testa, a lui e al suo amico Paolo. Infatti, nonostante la narrazione in prima persona, i personaggi secondari non vengono dimenticati e al lettore viene offerta una loro buona conoscenza, sufficiente a decidere chi amare e chi odiare. Su qualcuno si potrà cambiare opinione nel corso della storia, altri si riconfermeranno come sono apparsi la prima volta, ma ognuno ha un ruolo da svolgere e nessuno viene citato “tanto per”.

L’idea torno cui si sviluppa il romanzo — conoscere la data di morte fin dalla nascita — offre un’interessante spunto di riflessione: si sente spesso dire di vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, ma nessuno crede che quello potrà essere davvero l’ultimo giorno, come cambierebbe la vita se ognuno sapesse quando morirà? Cosa (non) si farebbe? Di base il conflitto “data di morte sì/data di morte no” è trattato realisticamente, i grandi ideali proposti da ambedue gli schieramenti piano piano si mostrano per l’infima verità che sono, ma non mi è piaciuto come sia stato liquidato l’aspetto scientifico. Comprendo che non si trattasse di un testo scientifico, ma scrivere solo che le date di morte si calcolano con “un misto di statistica e astrologia” non è sufficiente; anche quando usa termini tecnici, l’autore resta vago. Non avrei chiesto ulteriori spiegazioni se il mondo in cui è ambientata la vicenda avesse fatto mirabolanti progressi tecnologici, ma i personaggi usano la tecnologia odierna; posso capire che venga calcolata la predisposizione ad ammalarsi e quindi perire, ma per incidenti casuali continuo a storcere il naso. In ogni caso, questa è solo una mia personale perplessità che non pregiudica la godibilità del racconto, ma che mi sembrava giusto scrivere per completezza.

Oltre al dibattito sulla data di morte, l’autore fa riflettere su altro: senza fare spoiler, un personaggio sostiene che difenderà il concetto di base perché giusto per la massa, ma vuol fare un eccezione per sé, pur continuando a supportare tale concetto come migliore. Quante volte nella vita di tutti i giorni si è sentita una simile contraddizione, assumendo che di contraddizione si tratti?

La voce narrante resta quella di un ragazzino, quindi una risposta (ammesso che ce ne sia una) non arriverà mai, in favore di parentesi su quanto sia bello fare sesso/fumarsi le canne (no, a dispetto di quanto sembra dire il libro, non è questa la soluzione a ogni problema).

In conclusione, non rimpiango la lettura e proporrei la dilogia a sedicenni/diciassettenni perché è divertente e li farà riflettere senza che si impegnino troppo. Ai più grandi, la consiglierei solo se si cerca leggerezza per staccare, con la consapevolezza di non aspettarsi il prossimo Nobel per la letteratura.

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